Il Bilinguismo Precoce e L'Insegnamento della Lingua Italiana come Lingua Straniera
di Claudia Valentini
 
 

Tesi di Laurea in Lingue e Letterature Straniere
Università degli Studi dell'Aquila
AA 1992-1993

RISULTATI DELLA RICERCA
Analisi dei dati relativi agli insegnanti


Sia i dati relativi ai bambini che quelli riguardanti più specificamente gli insegnanti sono stati forniti dalle insegnanti stesse.
In generale si è rilevata una congrua disponibilità al colloquio ed una notevole apertura nell'esporre a livello di colloquio informale le problematiche incontrate con i bambini oggetto dell'indagine.
La lunghezza e la complessa interazione dei diversi tipi di schede del questionario ha talvolta disorientato qualche insegnante: tutte le perplessità si sono risolte attraverso positive dinamiche di socializzazione nell'ambito del team modulare delle problematiche in atto, poichè gli insegnati hanno colto l'occasione di questa rilevazione come momento di confronto e crescita professionale.
Tutti gli insegnanti concordano nell'affermare che i canali d'informazione sui bambini sono inadeguati ed i mediatori di formazione e di aggiornamento sulle problematiche sociolinguistiche e glottodidattiche dell'educazione bilingue precoce sono del tutto assenti, almeno a livello locale.
Gli insegnanti (96,8%) ravvisano inoltre una cronica assenza degli Enti locali e delle strutture socio-psico-pedagogiche territoriali, non solo come interlocutori privilegiati riguardo le problematiche di inserimento sociale, di sostegno psicologico e di integrazione linguistica dei bambini "bilingui isolati", ma anche come membri effettivi dei teams modulari, al servizio dell'intera comunità scolastica.
Gli insegnanti contattati sono stati in totale 44, dei quali 7 specialisti di lingua straniera ed una sola insegnante utilizzata sul sostegno.
Il 72.7% opera su strutture modulari, sia orizzontali, che verticali, i rimanenti su progetti formativi a tempo pieno; non ci sono più insegnanti unici e mancano moduli atipici con l'insegnante prevalente.
L'età media è di 48 anni, la maggioranza degli insegnanti (36,4%) è nella fascia d'età che va dai 50 ai 60***sessantenne, il 4,5% ha meno di tenta anni, il 25% ha tra i 40 e i 50 anni ed infine la fascia di trentenni vede presente il 15,9% degli insegnanti contattati.
Dal quadro statistico generale relativo agli insegnanti, emergono considerazioni significative ai fini dell'analisi delle schede proprie dei bambini.
Infatti la rilevazione si è svolta in un clima colloquiale ed informale, tra persone però con concezioni e formazioni culturali molto eterogenee: il materiale raccolto, benché sistematizzato nell'ambito degli items richiesti dalle schede di rilevazione, non è del tutto neutro, perchè porta con sè i caratteri culturali delle insegnanti, una certa dose di inputs ulteriormente da noi offerti, ed è stato inoltre condizionato da un aspetto psicologico del rapporto interpersonale rilevatore-fornitore di dati che
potrebbe essere definito "ritorno al segreto professionale".
Questo aspetto, del quale abbiamo intuito subito la portata, dal primo gruppo di rilevazione, ma che è stato razionalizzato solo nel momento di analisi delle elaborazioni statistiche, consiste nel fatto che, al momento di formalizzare per iscritto quanto apertamente affermato a voce, la maggior parte degli insegnanti si è espresso con giudizi stereotipati ed il più possibile neutrali, sia riguardo le problematiche incontrate, che negli aspetti legati agli indicatori della loro competenza culturale/professionale. A questo proposito, si nota la relativa indipendenza dei dati riguardanti l'età e la formazione culturale, da questo atteggiamento e dalle abilità connesse alla funzione docente in senso stretto.
Per quanto concerne il livello di istruzione, il 44,8% degli insegnanti ha come titolo di studio il Diploma di Abilitazione Magistrale, il 24,2% è laureato, il 24,1% ha partecipato a corsi di aggiornamento ed infine, il 6,9% ha conseguito una specializzazione post diploma.
Nessuna delle insegnanti conosce bene la lingua madre dei bambini bilingui presenti nelle loro classi, anche quando questi bambini provengono da aree linguistiche i cui idiomi sono oggetto di studio anche in Italia, che quindi le insegnanti avrebbero potuto conoscere almeno ad un livello scolastico: per esempio, laddove il bambino è madrelingua inglese, le insegnanti conoscono forse sufficientemente il francese, quando il bambini provengono da aree ispanofone, gli insegnanti sono fluenti nell'inglese, e così via con numerosissimi quadri di intersezione linguistica.
Nello specifico, le insegnanti che conoscono in modo sufficiente la lingua materna del bambino straniero inserito nella propria classe, sono il 13,6%, mentre il rimanente 86,4% non ha alcuna conoscenza di tali idiomi, quindi nessuna possibilità di comunicazione iniziale con l'alunno e, laddove i genitori siano monolingui in quella determinata lingua, l'impossibilità di creare positivi presupposti per una fattiva comunicazione-collaborazione tra scuola e famiglia.
Sul versante della conoscenza di altre lingue straniere, notiamo che il 22,7% delle insegnati ha un buon livello di conoscenza di una lingua europea, il 47,7% ha una competenza sufficiente, mentre il 20,6% non conosce lingue straniere. Per quanto concerne gli insegnanti che hanno dichiarato una qualche conoscenza delle lingue straniere (il 70,4% delle insegnanti), i canali di formazione vedono privilegiati quelli della laurea e dei corsi privati (rispettivamente il 22,7%), seguono le specializzazioni e le attività di aggiornamento( il 18,2% ciascuno), i soggiorni all'estero (13,7%) ed in ultimo le attività di sperimentazione (4,5%).
Analizzando i dati relativi all'interesse generale degli insegnanti verso gli aspetti legati alle dinamiche psico-sociolinguistiche derivanti dalla presenza nella propria formazione culturale di conoscenze relative alle lingue straniere o ad un patrimonio dialettale personale, si nota tuttavia che l'83,4% degli insegnanti ha una scarsa consapevolezza delle potenzialità relazionali di una lingua straniera, ovvero del dialetto, solo il 6,6% ha sufficienti canali d'uso di tali codici alternativi all'italiano standard, mentre il 10% ha una buona consapevolezza d'uso, sia della lingua straniera che del dialetto.
Per quel che riguarda l'interesse specifico verso le lingue straniere, si rileva che il 73,3% degli insegnanti ritiene utile conoscere una lingua straniera; tra questi insegnanti, il 75% privilegia la lingua inglese, il 15,9% gradirebbe conoscere il francese, il 6,8% il tedesco e solo il 2,3% lo spagnolo e non ci sono insegnanti interessati ad altri idiomi.
Le motivazioni per questa conoscenza, vedono privilegiato l'uso della lingua straniera in occasione di viaggi (54,5%), seguito poi dall'uso più specificamente comunicativo (36,4%) ed infine come veicolo di comprensione di testi stranieri, quindi di studio (9,1%).
Dato significativo riguardo la formazione culturale delle insegnanti quello che tutte le insegnanti al di sotto dei 40 anni sono laureate ovvero hanno almeno una specializzazione; inoltre notevole è la consapevolezza, in questa fascia di età, delle potenzialità offerte da figure specializzate nella soluzione delle problematiche di questi bambini (89,7%), della necessità cioè di personale docente che operi recuperi linguistici individualizzati nel breve e nel lungo periodo, che si affianchi alle figure docenti di classe.
Solo in un caso di quelli da noi esaminati, il Collegio dei docenti ha deciso di attuare un intervento di recupero, utilizzando una incaricata per il sostegno ad un ipoudente, intervento finalizzato al rinforzo linguistico di una bambina eritrea, la quale, nel breve arco di quattro mesi, ha già colmato il divario linguistico e si è integrata ancor meglio nella sua classe di iscrizione, con la prospettiva di essere iscritta in terza elementare, classe idonea al suo reale livello di apprendimento ed alla sua età cronologica.
Il rapporto con i bambini è in generale molto positivo, non si ravvisano dinamiche comunicative viziate dal pregiudizio linguistico, sempre nei limiti dell'obbligo per gli insegnanti di usare in ogni caso e prescrittivamente la lingua italiana come lingua nazionale dell'istruzione. Inoltre, gli stereotipi culturali sul background socioculturale dei bambini, sono del tutto assenti o scomparsi grazie ad una reale comprensione dell'alunno in ogni suo aspetto psicosociale.
Gli insegnanti si attengono in ogni caso, e strettamente, alle direttive dei Programmi ministeriali per la scuola primaria, adottando le indicazioni didattiche riguardo l'educazione linguistica, date dal testo ministeriale, calandole operativamente nelle dinamiche socioculturali proprie, non solo della città e della scuola del quartiere o della frazione in cui si trovano a lavorare, ma anche nel microcosmo sociale della classe di appartenenza di questi bambini.
Dal quadro descritto dagli insegnanti emerge l'immagine di una struttura scolastica che si dibatte tra i doveri istituzionali e extracurricolari che le vengono continuamente affidati e le reali necessità formative dell'utenza.
L'insegnante si trova costretto a svolgere numerosi, fondamentali ruoli, che esulano tuttavia dalla sua reale funzione docente, e questo complesso stato di disagio emerge soprattutto quando nel microsociale della classe si innescano le dinamiche sociolinguistiche, sia dei bilingui stranieri che dei bilingui dialettofoni.
La cronica assenza degli Enti locali e delle figure specialistiche delle equipes socio-medico-psico-pedagogiche è l'aspetto che èstato più spesso ribadito in sede di rilevazione, ed è lo snodo dal quale derivano tutti i disagi e le incertezze operative degli insegnanti , nei confronti di questi bambini.
Il 70% degli insegnanti non ha tuttavia incontrato sostanziali problemi didattici, ancor meno (83,3%) problemi più prettamente sociologici, il 38% ha invece avuto problemi psicologici nel relazionarsi al bambino straniero, il 53,3% ha adottato strategie personali per la risoluzione di tali problemi mentre il 43,3% ha incontrato ostacoli nella soluzione dei problemi del bambino.
Sin dal primo inserimento nella classe di appartenenza, gli insegnanti si sono trovati isolati ad operare nel vuoto totale di informazioni riguardo al bambino, nel distacco comunicativo dovuto alla impossibile onniscienza linguistica, proprio nel momento in cui si pongono le basi per la futura comunicazione con il discente.
In seguito, dopo aver tentato di risolvere i problemi (comunicativi ad ogni livello, microsociali nelle dinamiche della classe), comunque sollevati da questo primo impatto, mediante strategie personali e poco scientificamente calibrate, hanno potuto avere come pressoché unico parametro di confronto e di colloquio , la sola famiglia (96,3%).
Le famiglie talvolta non parlano italiano o comunque una lingua veicolare europea, talvolta sono assenti nella collaborazione con la scuola, spesso stanno soffrendo lo stesso isolamento sociale, talvolta stanno affrontando gli aspetti psicosociali derivanti da una adozione internazionale e combattendo una loro battaglia parallela per la totale integrazione.
In conclusione, è questa sensazione di impotenza e di rassegnato impegno, talvolta manifesta, talvolta larvata, che serpeggiava nei nostri gruppi di rilevazione, che potrebbe considerarsi il dato più notevole emerso da questa ricerca, necessariamente in funzione del quale bisogna considerare tutte le variabili connesse con l'elaborazione dei dati linguistici e sociolinguistici del gruppo studiato.


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