Il Bilinguismo Precoce e L'Insegnamento della Lingua Italiana come Lingua Straniera
di Claudia Valentini
 
 

Tesi di Laurea in Lingue e Letterature Straniere
Università degli Studi dell'Aquila
AA 1992-1993

L'INSEGNAMENTO DELLA LINGUA ITALIANA
COME LINGUA STRANIERA
NEL PRIMO GRADO
DELLA SCUOLA DELL'OBBLIGO
Aspetti glottodidattici
L'educazione linguistica

(40) La lingua riveste un'importante funzione per lo sviluppo degli aspetti cognitivi, socioculturali e una funzione di categorizzazione della realtà e di azione sociale. Il contributo della lingua allo sviluppo cognitivo-sociale-affettivo di una persona è di fondamentale importanza: tramite la lingua, infatti, prendiamo coscienza delle nostre esperienze, le razionalizziamo, le chiariamo, le definiamo, le esprimiamo. (44)
Tramite la lingua, inoltre, entriamo in relazione con gli altri comunicando contenuti e messaggi e stabilendo rapporti sociali, nella definizione dei ruoli previsti dalla comunicazione verbale e nella determinazione delle modalità di relazione da adottare; usiamo ancora la lingua quando vogliamo riflettere su di essa per individuarne le caratteristiche formali e funzionali. Anche nell'insegnamento della lingua italiana come lingua straniera, le finalità educative devono essere ricercate in una accezione più ampia: quella di educazione linguistica.(45)
Infatti, benchè l'insegnamento della lingua italiana come lingua straniera si attui di norma in scuole estere, (46) si può affermare che per la maggior parte degli alunni non madrelingua italiani iscritti nelle scuole di ogni ordine e grado del nostro paese, la lingua italiana, più che una seconda lingua, (47) è una lingua straniera, cioè un codice linguistico alternativo, non integrato nei processi comunicativi attuati in contesto naturale e, come tale, viene appresa in contesto scolastico.
Nell'affrontare l'insegnamento della lingua italiana come strumento di comunicazione, gli insegnanti devono tener conto di numerosi processi, spesso non solo linguistici, molti dei quali implicano da una parte la conoscenza di problemi psicologici, mentali e sociologici dell'alunno, problemi tipici della comunicazione interpersonale, dall'altra esigono la creazione di presupposti che consentano lo sviluppo ed il miglioramento delle capacità linguistiche dei singoli discenti al fine di favorire il raggiungimento deglli standards necessari alla comunicazione in lingua veicolare italiana. (48)
Insegnare la lingua italiana in quest'ottica vuol dire non solo conoscere le strutture che si devono insegnare, ma implica anche la necessità di conoscere lo sviluppo cognitivo, soprattutto sotto gli aspetti psicolinguistici, degli studenti, avere familiarità con le attuali tendenze glottodidattiche, comprendere i problemi sociologici della famiglia, essere informato sulle moderne tecnologie d'insegnamento delle discipline linguistiche.(49) In relazione a quanto detto è determinante la dimensione metodologica, che non può fare a meno di inserirsi nel quadro teorico dell'approccio comunicativo con i suoi punti fermi, da un lato nelle teorie linguistiche, dall'altro nella considerazione della centralità dell'allievo nel processo di apprendimento, in termini di motivazione, di obiettivi, di attività e di contenuti proposti. (50)
Mediante gli innumerevoli strumenti comunicativi e la vasta gamma di conoscenze che attualmente sono disponibili, è possibile per ogni insegnante, comprendere pienamente il background linguistico di ogni allievo, madrelingua italiano o straniero che sia, ed impostare un congruente piano educativo. (51) Il bambino infatti giunge a scuola già come 'prodotto' di una educazione attuata sia dal nucleo familiare che dalle forze sociali, egli ha avuto cioè molteplici rapporti con le realtà in cui è vissuto e con quella italiana in cui vive attualmente, attraverso vari canali, dalle relazioni parentali a quelle interpersonali con il gruppo dei pari, ai mass-media ecc., deve però ancora orientare le sue scelte linguistiche, deve acquisire una coscienza critica della realtà per poterla simbolizzare a livello linguistico e per poter trasmettere efficacemente le sue esperienze in ogni situazione comunicativa.
Oggi l'insegnamento deve trattare la lingua parlata nelle attività di tutti i giorni, quel tipo di lingua che si trasforma continuamente e che anche come oggetto d'insegnamento conserva il suo carattere dinamico, che dimostra la sua flessibilità quando viene usata come strumento di comunicazione interpersonale. Un progetto educativo che viene a determinarsi a partire dalle numerose premesse teoriche poste in essere dalla piùaggiornata ricerca glottodidattica, può essere realizzato a condizione che la didattica non si riduca ad una pratica formale/descrittiva ma che attivi processi che mirano all'uso della lingua come sistema socio-comunicativo
. Bisogna percò aderire puntualmente al processo di acquisizione del linguaggio del bambino per utilizzarne, in modo significativo, il livello di competenza sia sul piano dell'esprimersi che del comunicare.
La funzione espressiva si sviluppa e si arricchisce attraverso graduali e sistematiche esperienze di esplorazione del nuovo ambiente in cui il bambino vive e di elaborazione del mondo interiore inteso come insieme di sentimenti, interpretazioni, immaginazione e conoscenza. La funzione comunicativa si evolve con l'apprendimento e l'affinamento dell'uso del linguaggio verbale, che, unitamente a quello dei gesti e della mimica, regola i rapporti interni dei gruppi di appartenenza (classe, gruppo dei pari, famiglia, comunità).
Insegnare la lingua come comunicazione (e non solo ai fini della comunicazione) non può significare un incerto e confuso procedere sulla base di 'dialoghi situazionati', frasi fatte, 'funzioni comunicative' in ordine sparso.
Il metodo è molto importante e si deve fondare sulla competenza comunicativa, rispettando la sequenza comprensione-assimilazione-produzione, usando attività motivanti e strategie stimolanti.
Sarà necessario rispettare una certa gradualità nell'apprendimento della lingua straniera-italiano correlata alla consapevolezza comunicativa che via via si viene acquisendo ed al processo evolutivo del bambino. (52)
Bisognerà continuamente osservare bene cosa il bambino è capace di fare con il suo corpo, il suo linguaggio, esaminare il suo grado di comprensione; questi dati saranno utili nella ulteriore scelta delle attività adatte al suo livello di sviluppo comunicativo. (53)
La pratica didattica dovrebbe articolarsi e svilupparsi in modo da prevedere la costruzione e la realizzazione di percorsi individuali di apprendimento che, considerando con particolare accuratezza i livelli di partenza, pongano una progressione di traguardi orientati da verificare in itinere. (54)
Le finalità vanno ricercate in percorsi operativi che indichino i domini, le intenzioni comunicative, le nozioni semantiche generali le specifiche da operazionalizzare in ciascun caso. (55)
Oltre alle attività che il bambino domina linguisticamente bene, gli insegnanti devono presentargli gradualmente stimoli comunicativi via via sempre più nuovi, differenziati nelle variabili di registro e di funzione: le attività di studio, di lavoro, di gioco, di riflessione e di produzione devono quindi essere brevi e frequentemente variate, motivate ancorandole ai bisogni comunicativi del bambino.
L'educazione linguistica va dunque collocata all'interno di un processo didattico nel quale siano valorizzati, accanto alle capacità verbali, i linguaggi mimico-gestuali, le attività ludiche, l'espressione grafico-figurativa.
Le abilità di comprensione e produzione scritta ed orale si alimenteranno così del bisogno del bambino di fare e agire concretamente, di rappresentare con immagini, di simbolizzare con gesti e parole.
Solo in questo modo la nuova lingua si potrà armonizzare in un processo di crescita in cui coesistono aspetti cognitivi ed affettivi, attitudini al fare pratico e alla elaborazione simbolica di un nuovo codice comunicativo.
L'integrazione dei linguaggi nella pratica didattica è basilare per realizzare un'educazione alla comunicazione adeguata e ricca di significato.
Le capacità linguistiche dell'ascoltare, parlare, leggere, scrivere, insieme ai linguaggi averbali, vanno dunque sviluppate in vista della crescita della comunicazione sociale. Attraverso la lingua ed i linguaggi il bambino, e con lui la scuola, dovrà aprirsi all'esperienza ed alla vita dei gruppi di appartenenza in quanto fondamentali occasioni di apprendimento.
Qualora l'insegnamento della lingua italiana venisse impartito in una prospettiva di educazione linguistica mediante metodologie basaste sulle teorie nozionali-funzionali integrate, contribuirebbe, da un lato, ad una maggiore ricchezza della persona dell'alunno (prospettiva bilinguistica), (56)) dall'altro, consentirebbe un migliore sviluppo cognitivo del discente offrendogli possibilità di comunicazione diretta e di interazione sociale sin dai primi momenti scolastici. Si rende necessaria a tal fine una organizzazione degli spazi e dei tempi educativi, che si rivela poi vantaggiosa per tutti i bambini, coinvolti in un processo di effettiva educazione alla fruizione e manipolazione della cultura e della lingua. (57)
Bisogna quindi calibrare le finalità e gli obiettivi didattici ,creare percorsi educativi centrati sulla competenza comunicativa e sulla comprensione-integrazione della lingua dell'alunno nel curricolo, non usandola come metalinguaggio, bensì come stimolo alla riflessione e alla valorizzazione della cultura di appartenenza, come trampolino per l'interesse per la lingua veicolare italiana. Infine, affinchè l'educazione linguistica non si esaurisca nell'istruzione formale, occorrerà introdurla in situazioni didattiche usando il linguaggio come veicolo per l'insegnamento di altre discipline, sia curricolari, che extracurricolari, le quali possano costituire un contesto quasi naturale di apprendimento. (58) In conclusione si può affermare che, anche per gli alunni stranieri in Italia, la vita di gruppo e la ricerca comune per l'osservazione della realtà ambientale, sono gli spazi cognitivi ed affettivi motivanti l'educazione linguistica, che non è dunque da intendere come un fatto separato da acquisire per sé stesso ma come un processo finalizzato ad una democratica partecipazione sociale.


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